Appunti vitoriani
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L’arte contemporanea mi da sensazioni. Dire questo è un po’ come dire che ho scoperto l’acqua calda. Però questo ho pensato girando per l’ARTIUM, il museo di arte contemporanea di Vitoria.In genere non mi da sensazioni piacevoli. Mi da straniamento e un profondo senso di solitudine e vuoto.
Forse perché stento a penetrare il senso, dell’espressione contemporanea. Però mi piace, questa cosa che entri in un posto e il tuo cervello, le tue vene, sono sollecitati a provare sensazioni sconosciute, e sono chiamati per svegliarsi, da cose che li graffiano.
Serata all’ARTIUM:

La danza portata alle sue ultime conseguenze.

Digitàno: un flamenco mescolato ad altro, e un ballerino che dell’improbabilità ha probabilmente fatto il suo stile. Tanto da eseguire un conturbante flamenco abbigliato in stile drag-queen, per me il massimo della conturberia. O una impeccabile danza del ventre con tanto di fusciacca sbrillucicante ammiccante sui fianchi (confesso che subisco il fascino degli uomini sfacciatamente travestiti da donna)
La semana del pincho: cioè di bicchiere di vino e un non meglio identificabile assaggio. Se mi fate ingurgitare un cosa fatta di pomodoro acciughe formaggio e altre cose del terzo tipo io preferisco un bocadillo di banal jamon serrano!
Facce di Vitoria Gasteiz
Siamo al secondo attentato ETA da quando sono qui, cioè poco più di una settimana (N.B.: la foto non ha nessuna connessione col terrorismo).
In Plaza de España, sotto le bandiere placide, NO ETA, ETA EZ.
È Spagna, ma ha un che di deliziosamente nordico.
Un pomeriggio manifestano il loro dissenso assediando a centinaia
Il fine settimana si riversano in centro, allegri, cordiali, fanno casino in tutte le vie del quartiere medioevale.
Tutti i giorni li vedi per i loro interminabili paseos, chilometri e chilometri di vene verdi nella città, con le fronde degli alberi che si congiungono in una volta, e corrono, diligenti, o vanno in bici da qualche parte, o fanno passeggiare il loro perro o perrito, o i loro bambini.
Non hanno mai un’aria fredda, nemmeno quando vanno al lavoro.
Mai uno che se gli chiedi un’informazione abbia l’aria distratta o frettolosa. Mai un genitore isterico contro il suo bambino.
Quando sei davanti alle strisce pedonali le auto si fermano prima che tu accenni a voler passare.
Persino i mendicanti, ne ho visto due da quando sono qui, hanno un contegno impossibile. Non chiedono: stanno seduti e non ti guardano nemmeno.
Tutti i giorni mi chiedo, mentre passo anche io attraverso la grotta verde luciccante del Paseo de Fray Francisco: ma un posto così, avrà un lato ambiguo? Un posto così lo si potrà mai cogliere in fallo?
Prima o poi…

Mi viaje

Pais Basco. Vitoria-Gasteiz, cuatro de la tarde en el hotel Dato, en la calle Eduardo dato, cerca del parque de la Florida.
Bollettino di aggiornamento della vita -ultimamente- misteriosa della vostra Ada.
Sono qui perchè ho intrapreso un nuovo percorso di studi. Perchè avevo sete di conoscenza. O anche voglia di vedere il mondo, come si diceva un tempo. Diciamola tutta: volevo vedere il mondo. Non che il mondo stia tutto nella capitale del Pais Basco. Però è un pezzo, almeno.
Così me ne starò qui per un mesetto scarso. Per ora. poi a Settembre si vedrà. Tornerò sicuramente, forse così come ora, a intermittenza. Chissà.
Purtroppo la malattia della sardità è radicata in me nel suo modo peggiore: la nostalgia.
Inutile dire che al terzo giorno di permanenza il pensiero più dolce resta sempre il giorno in cui arriverò carica di valige alla estaciòn preciosa di Vitoria e salirò sul treno che mi porterà all'aereo per l'isola.
Ma è presto. E comunque Vitoria è un'amica incantevole, con i suoi parchi saturi di verde, le sue verande bianche abbaglianti in centro e i suoi palazzi di mattoni rossi in periferia. La sua gente cordiale, la sua lingua fluida.
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Ho già incontrato chi senza nemmeno conoscermi mi ha trovato una casa. Così da domani starò in casa di Arantza, oltre il parque del Prado.
Vi terrò aggiornati.
Hasta luego
OUTING!
Oggi mi sento in vena di fare outing.
Serata fra amici. E come al solito salta fuori l'argomento preferito di Frjgor: la sottoscritta e il cinema.
Sfatiamo una volta per tutte i falsi miti su Adaspina, che è una ragazza di oggi e invece passa per una scassaminchia snob che vede solo film polpetta come Sonetàula o Lezioni di piano, o peggio che ha adorato The new world di Malick.
Salvo restando che Sonetàula è un bel film, che Lezioni di piano è la vera storia d'amore di tutti i tempi, che l'ultimo film di Malick il regista l'ha fatto per se e per me e poi, comunque c'era il mio sogno erotico, che è Colin Farrel,
detto ciò lo sapete quali film ci sono fra i miei preferiti nel senso che li ho visti più di dieci volte?
Sentieri Selvaggi di J.Ford, il mio film più bello sull' ambiguità degli eroi buoni (voi l'avete capito se Jonh Wayne è l'eroe o il cattivo?)
E vi dirò di più: se mi devo mangiare una pizza buttata sul divano io scelgo l'inimitabile Spilberg di Lo squalo. 
Il prossimo che me la mena con questa storia che mi vedo solo film polpetta lo rapisco, lo lego alla sedia, gli metto due stecchini negli occhi e gli faccio vedere con me The new world di Malick.
Altamente consigliato

La vostra cinefila Ada vi consiglia vivamente - e questa volta pure con la benedizione di sua maestà il principino Paul - di andare a godervi due orette di storia, ironia, amarezza e risate.
Sonetàula vs Matrix
Sono andata al cinema. A quello di Ghilarza, per ingannare il tempo un po’ lento del sabato sera di paese. E perché l’odore del cinema del mio paese è evocativo di anni a loro modo lievi, quando la domenica pomeriggio, se pioveva, ci andavo con la cara cugina Betti.
Sono andata a vedere il Sonetàula di Mereu che tanto sta spopolando presso i critici italiani e non solo.
Premetto che “Ballo a tre passi”, mi aveva convinto ma non troppo, e che a parte il glorioso “Banditi a Orgosolo”, i film che se la suonano e se la cantano sul nocciolo duro dell’identità sarda mi irritano molto e non poco.
Detto questo, sono andata a vedere Sonetàula perché mi sembrava, universalmente parlando, una bella storia, e anche perché – vecchia sentimentalona- mi aveva colpito il poetico azzurrino che balena dai trailers.
Ci sono andata anche se tutti quelli che l’hanno visto prima di me mi dicevano si, è carino, ma è sempre la stessa storia.
Si, è vero, è sempre la stessa storia. Il ragazzo pastore, con l’infanzia impastata di solitudine e paura, nato sotto il segno della latitanza. Ma molti bei film sono sempre la stessa storia, allora. E qui direi che quest’aspetto possa anche passare in secondo piano, perché questa sempre stessa storia la troviamo circoscritta a un periodo, quello a cavallo del secondo conflitto mondiale, in cui una vicenda così, in Sardegna, ci sta tutta.
Mi è piaciuto. Perché mi sono commossa, alla fine. E di solito, se mi commuovo, (fate le debite eccezioni, vedi E.T.), significa che il film è realistico e non è melenso, non è retorico e mi ha preso -altrimenti mi scappa da ridere, come per Titanic e compagnia cantante.
Mi ha preso. Così tanto che qualche incongruenza può anche passare in secondo piano.
È un bel film. È lento, è vero, e la lentezza è esasperata dall’assenza di colonna sonora. Ma, sinceramente amici, una storia così, ambientata in un tempo e in un luogo ancora senza corrente elettrica, non può essere veloce. La lentezza del film è tra l’altro riscattata da un bel modo di sottolineare i momenti clou: sullo schermo compare, come un sigillo di irreparabilità, il nome di un personaggio cruciale in quel momento del film.
Il film ha dalla sua parte anche il fatto che ogni volto è perfettamente riuscito. Uno dei più belli? Il bambino della parte finale, Angelino, con due occhi così veri da far venire i brividi. È colpa sua se mi sono commossa. E anche dello scarno e fatale scambio di sguardi finale tra lui e Sonetàula.
Per quanto riguarda la recitazione tutta in sardo, sottotitolata in italiano – suvvia, un po’ di sana cattiveria - potrebbe anche essere un espediente che di questi tempi, in cui il sardo è così alla moda, ha fruttato alla produzione un bel sacco di finanziamenti. Però è così azzeccata e così realistica che inganna alla perfezione. E nessuno va al cinema perché gli dicano la vera verità, ma perché gli raccontino storie che funzionano.
Io direi che Sonetàula funziona.
Se vi piacciono i film meditati, lentissimi, le scene commentate solo dai rumori, le cose non dette, gli sguardi eloquenti, naturalmente. Altrimenti fatevi portare una pizza a casa e noleggiate il pur sempre valido, caro, vecchio Matrix.